familyandtrends ha avuto l’occasione di passare qualche giorno nella casa che fu di Adriano Olivetti ad Ivrea e di capire, ancora una volta, quanto questi sia stato un imprenditore straordinario. Non si tratta solo di un imprenditore che con il concetto di Comunità e la costruzione di fabbriche integrate nel territorio e connesse con il benessere di chi ci lavorava sarebbe, oggi, avanti anni luce rispetto a molte imprese; si tratta anche di un imprenditore che ha forgiato un’impresa straordinaria.
Camillo, il padre di Adriano, produceva apparecchi meccanici, principalmente contatori per l’elettricità, settore che grazie all’abbondanza di salti d’acqua si stava sviluppando in Canavese grazie all’attività di imprenditori quali Bernardo Genisio. Per non dipendere da pochi grandi clienti, Camillo diversificò l’attività dedicandosi alle macchine da scrivere, che permettevano di raggiungere un pubblico più ampio e di ridurre la concentrazione della clientela.
Quando, nel 1924, Adriano entrò nell’azienda di famiglia, la Olivetti aveva 200 dipendenti in Canavese; nel 1960, quando morì, ne aveva 36 mila, più di metà all’estero. Basterebbe questo per capire la portata imprenditoriale di Adriano, ma l’impresa che lui ha forgiato non era solo “grande” era la più tecnologica al mondo. Un esempio ne è la Programma 101 sviluppata nel Laboratorio di Ricerche Elettroniche voluto da Adriano prima della sua morte. La P101 è stata il primo personal computer della storia ed è stato sviluppato tra il 1962 e il 1964. Bill Gates e Steve Jobs avevano 7 anni. Quando fu presentata dal presidente di Olivetti USA, Gianluigi Gabetti, a New York nel 1965 si trattava di qualcosa di così nuovo e difficile da descrivere che la stampa la definì un “computer che sta sopra il tavolo”, i.e. desk-top computer. Stare “sopra un tavolo” era qualcosa di inconcepibile in un mondo dove i computer erano mastodontici assemblati di transistor che occupavano stanze intere e potevano essere maneggiati solo da tecnici esperti. La pubblicità presentava la P101 come un oggetto di uso quotidiano, personale e portatile mostrandola persino su un comodino o in un bagno. L’iPhone sarebbe arrivato solo quarant’anni più tardi.

La storia di Adriano e della Olivetti ha, almeno, due cose da insegnare alle imprese familiari.
La prima: il rapporto con la generazione attuale non è facile per nessuno; nemmeno per qualcuno che è destinato a diventare uno straordinario imprenditore. Vediamo come è stato quello di Adriano dalle sue vive parole: “L’ambiente in cui mi trovai, a venticinque anni, ad affrontare il problema difficile e complesso di trasformare una industria fondata su sistemi semi-artigiani in una impresa di più grandi dimensioni e modernamente intesa, era largamente dominato dalla figura originalissima di mio padre e della piccola città dove eravamo nati. Mio padre era dotato di un geniale talento economico, disprezzava la struttura capitalista, il sistema bancario, la finanza, la borsa, i titoli. Perciò volle essere ingegnere contro la sua stessa più profonda vocazione. Poiché era intelligente e tenace, fu un buon ingegnere. Molti dei capi alla cui coraggiosa iniziativa si deve il nascere dell’industria moderna furono del suo tipo: dominatore, accentratore, scarsamente capace di utilizzare le altrui esperienze. Mio padre era dominato dall’idea dell’indipendenza, del non dover niente a nessuno, di non essere soggetto a controlli o a legami di qualsiasi sorta. Perciò procedeva con estrema cautela e prudenza, adeguando lo sviluppo dell’azienda alle proprie risorse finanziarie e alla personale attività organizzativa”.
Adriano aveva un grande rispetto per il padre, il che rende ancora più significative parole come: “dominatore, accentratore, scarsamente capace di utilizzare le altrui esperienze”. I giovani che leggono queste parole non le devono vedere come un giudizio duro verso il padre: sono solamente l’espressione del diverso punto di vista di chi sente il dovere di adattare l’impresa all’evoluzione dell’ambiente competitivo e sente vincoli di cui vuole liberarsi.
La seconda: la famiglia proprietaria ha una responsabilità grandissima perché sono bastati meno di cinque anni per infliggere una ferita da cui neppure la più tecnologica impresa del mondo è più riuscita a riprendersi. Le parole di Gianluigi Gabetti, allora presidente di Olivetti USA, spiegano bene questa responsabilità: “Nei quattro anni successivi alla morte di Adriano, ciò che fece precipitare tutto alla Olivetti fu la crisi dell’azionariato famigliare. Nel 1964 divenne chiaro che i problemi finanziari non erano tanto dell’azienda quanto di un azionariato che si era indebitato fino al collo per la sete dei singoli gruppi familiari di assicurarsi in concorrenza tra loro il comando dell’azienda, una volta risolte le tante incertezze manifestatesi alla morte di Adriano. L’unico che non poté partecipare a quella gara fu il figlio Roberto, che di azioni ne aveva poche”. Roberto sarebbe forse stato il più adatto a proseguire l’attività imprenditoriale in Olivetti, fu lui a voler continuare l’attività dell’elettronica e quando si dovette piegare alla cessione dell’elettronica alla General Electric, riuscì a tenere la P101 (la leggenda dice che fu ribattezzata calcolatrice e non calcolatore e in questo modo non passò agli americani).
Adriano e la stupenda azienda che ha fatto crescere hanno moltissimo da insegnare in moltissimi ambiti e, forse, hanno anche qualche insegnamento per il capitalismo familiare: per i giovani mai preoccuparsi delle difficoltà dei rapporti, ma concentrarsi sulle evoluzioni necessarie all’impresa; per la famiglia imprenditoriale: mai avere sete di comandare l’impresa ma sempre essere fonte responsabile e generosa per la sua crescita. Soffermandosi a guardare la palazzina uffici di Ivrea dalla finestra dello studio di casa di Adriano, non si può non pensare a cosa sarebbe oggi l’Olivetti, il Canavese, l’industria tecnologica e l’Italia se lui, suo figlio e la sua famiglia avessero continuato a guidarla.