Pochi giorni fa OpenAI ha investito 6,5 miliardi di dollari per “io”, un’impresa nata per creare “aggeggi” basati sull’intelligenza artificiale. L’importo è in sè grande, poco più basso di quanto servirebbe per comprare Pirelli, Fincantieri, TIM o un terzo di Leonardo o di Mediobanca, ma la cosa interessante è che “io” non ha ancora né un cliente né un prodotto commerciabile: il suo fondatore ha fatto vedere un prototipo a Sam Altman, fondatore di OpenAi, e tanto è bastato. È necessario aggiungere che il fondatore è Jony Ive, il leggendario designer di Steve Jobs, creatore dell’iPhone e dell’Apple Watch, e che in “io” ci sono molti designer ed ingegneri che hanno contribuito al successo di Apple.

Al diffondersi della notizia, molti hanno iniziato a considerare Apple spacciata: già in ritardo con le applicazioni dell’AI (per chi ha dei dubbi, provi Siri), bloccata nel dilemma di innovare un prodotto iconico e generatore di enormi flussi di cassa come l’iPhone e, come se non bastasse, incapace di gestire direttamente le fabbriche e sotto pressione nel nuovo mondo dei muri tariffari.

La visione di Altman e Ive è tanto semplice quanto futuristica: pensare un “aggeggio” che sia con noi sempre, con cui interagire senza uno schermo (almeno inizialmente) e che funzioni con la potenza dell’intelligenza artificiale. In fondo dalla nascita dei computer, tutti abbiamo dovuto scrivere su uno schermo per poter interagire, creare codici, produrre documenti; un enorme limitazione alle tante modalità che gli umani hanno per pensare, creare, fare. Il modo più naturale è con la parola e, al massimo, con le immagini: la scrittura è un codice comunicativo sofisticato ma solo uno dei modi per esprimerci. L’obiettivo di Altman e Ive è vendere 100 milioni (!) di “aggeggi” che non saranno telefoni o occhiali, ma qualcosa di completamente nuovo, che si integrerà nella nostra vita con un’interazione fluida e intuitiva come è successo per il MacBook o l’iPhone. Insomma la fine dello scrolling.

familyandtrends ha scritto a ottobre 2024 un libro sull’intelligenza artificiale ponendo una semplice questione: l’AI, come tutte le tecnologie, per essere utile deve fare qualcosa per cui un consumatore è disponibile a pagare più del costo sostenuto per produrlo.

Apple fa per noi un lavoro per cui siamo disposti a pagare (parecchio): rende disponibile in modo semplice da utilizzare la tecnologia. Lo fa da quando con il suo co-fondatore, Steve Wozniak (Voz), aiutava i super esperti di software ed i brillanti studenti di Standford che si ritrovavano al Homebrew Computer Club a costruire i loro personal computer. Nelle parole di Voz “pochi riuscivano davvero a costruirlo (il personal computer), erano super esperti di software e di programmazione, ma non avevano idea di come saldare una scheda madre”. I primi PC di Apple erano costruiti per rendere disponibile un oggetto programmabile ad appassionati di software. Ecco perché, da sempre, in Apple è importante il design, non perché è elegante, ma perché rende semplice l’utilizzo integrando hardware e software. La ghiera cliccabile dell’iPod che ha dato forma anche alla sede di Cupertino non è diventata iconica perché elegante ma perché ci ha reso semplice la fruizione della musica. Apple non ha mai sfruttato le tecnologie più di frontiera, ha sempre aspettato che si diffondessero e diventassero stabili, a quel punto le ha integrate e portate in modo semplice al consumatore.

Chi vincerà questa volta? La grande impresa un po’ lenta o la (quasi) start up piena di entusiasmo (e di soldi)? La legge della conservazione dei profitti attrattivi di Clayton Christensen ci aiuta a rispondere. La legge dice che quando funzionalità e affidabilità sono inadeguate le imprese integrano più elementi critici per assicurare un buon funzionamento e con questa integrazione fanno qualcosa di utile per il consumatore, ad esempio la prima macchina Nespresso. Apple in questo è maestra dai tempi del Homebrew Computer Club. Quando ascoltare MP3 richiedeva accedere a internet con un modem lento e gracchiante, scaricare da siti di dubbia legalità tracce su dei PC senza schede audio per poi essere portate su un device collegabile a delle casse, Apple lanciò iTunes e iPod e aprì l’era della musica infinita e non limitata a 90’ di musicassetta.

Quando funzionalità ed affidabilità sono sufficientemente buone, il consumatore non è più disposto a pagare per chi integra gli elementi critici, può tranquillamente comprare i singoli “moduli” e costruirsi la soluzione da solo, ad esempio le capsule Nespresso compatibili. La modularizzazione premia le imprese che sono in grado di fare la componente più importante per la soddisfazione del consumatore che poi, da solo, aggiunge gli altri moduli indifferenziati, ad esempio la macchina del caffè. Tutti noi abbiamo comprato PC “Intel inside” sino a quando la velocità e la prestazione erano elementi importanti per la nostra soddisfazione, quando velocità e prestazione è diventata sufficientemente buona, tutti hanno potuto fare i loro processori ed Intel è semplicemente sparita dalle tastiere e dalla lista delle grandi imprese profittevoli (nel frattempo è arrivata Nvidia che sola offre una performance critica per i nuovi utilizzi dei processori).

Altman e Ive puntano a portare dai nostri PC a device esterni la tecnologia AI puntando sul fatto che questa integrazione software ed hardware risolverà bisogni che noi non riusciamo a risolvere integrando da soli elementi diversi di tecnologia; in sostanza puntano ad un “aggeggio” che porti fuori dai PC l’intelligenza artificiale come l’iPod ha portato fuori la musica. Pensano, quindi, di battere sul tempo Apple nella sua stessa specialità. I 6,5 miliardi di Altman puntano sul fatto che con il designer dell’iPhone questo sarà possibile. Un po’ come se qualcuno avesse voluto battere la Ferrari assoldando in esclusiva il signor Pinin Farina o la Ferrero assoldando il signor William Salice (l’inventore dell’ovetto Kinder).

familyandtrends non sa come finirà, una cosa è certa: Farina e Salice non avrebbero interrotto il loro rapporto con Enzo Ferrari e Michele Ferrero neanche per 6,5 miliardi e questo è il bello degli imprenditori e delle loro imprese.