La sacralità e la sobria maestosità del funerale di Papa Francesco erano ancora negli occhi di tutti che già si è cominciato a parlare del Conclave: un processo che si tiene da secoli e che interessa non solo per la sua importanza ma che affascina per i suoi riti. Le famiglie imprenditoriali dovrebbero prestare, anche, molta attenzione ad un processo meno noto e molto meno approfondito dai giornali: le Congregazioni generali. Vediamo perché.
Prima del Conclave tutti i cardinali della Chiesa Cattolica, anche coloro che non parteciperanno alle votazione, si incontrano e discutono del futuro della chiesa. Le poche notizie di stampa ci dicono che nelle attuali Congregazioni vi sono stati interventi su vari argomenti, tra cui l’ecclesiologia del popolo di Dio, la sinodalità e la collegialità episcopale per superare la polarizzazione, le vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa, l’evangelizzazione; ma anche i problemi e le proposte economiche con l’obiettivo che le strutture economiche della Chiesa continuino a supportare le riforme del papato. Sono solo alcuni degli argomenti, si terranno decine di ore di Congregazioni prima di entrare in conclave.
A cosa servono questi incontri? A definire con il contributo di tutti quale sia la visione futura della Chiesa; e sono fondamentali perché prima di scegliere da chi essere guidati bisogna decidere dove si vuole andare. In un contesto diverso, se nella Seconda guerra mondiale fosse stato scelto Halifax invece di Churchill si sarebbe firmata una pace con i nazisti prima dell’estate del 1940.
Nel scegliere la guida di un’azienda familiare bisogna seguire lo stesso processo: in fondo i più duemila anni di vita della Chiesa di Roma superano di alcuni secoli la più longeva delle imprese familiari. Prima si sceglie la strada, quali competenze sono necessarie per quella strada e poi si va a vedere chi sono le persone più adatte per percorrerla.
Per cercare la strada servono tutti gli aiuti possibili, ed ecco perché può contribuire anche chi non è poi chiamato a votare, tutti coloro che possono dare un’idea, uno spunto, una visione che aiuti una buona decisione vanno ascoltati. Le Congregazioni si svolgono dalle 9 alle 12.25 ogni giorno e a metà mattinata c’è un’ampia pausa per confrontarsi su ciò che si è sentito.
Quando si è formalizzata la migliore possibile visione del futuro e di come ci si vuole andare in quel futuro, allora ci si chiede quali competenze e quali convinzioni servano ed, infine, si scelgono le persone.

Il Cardinal Ortega di Cuba colpito dall’intervento alla Congregazioni generali dell’Arcivescovo di Buenos Aires gliene chiese copia. L’Arcivescovo gli disse che aveva parlato a braccio ma che gli avrebbe fatto avere un appunto. Una volta eletto, Papa Francesco diede il permesso al Cardinal Ortega di pubblicare l’appunto che gli aveva preparato:
- “Evangelizzare suppone zelo apostolico. Evangelizzare suppone nella Chiesa la parresia (testimonianza, ndr) di sé stessa. La Chiesa è chiamata ad uscire da se stessa e andare nelle periferie, non solo geografiche, ma anche nelle periferie esistenziali: dove alberga il mistero del peccato, il dolore, l’ingiustizia, l’ignoranza, dove c’è il disprezzo dei religiosi, del pensiero, e dove vi sono tutte le miserie.
- Quando la Chiesa non esce per evangelizzare, diventa auto-referenziale e si ammala (cfr. La donna curva ripiegata su se stessa di cui parla Luca nel Vangelo 13,10-17). I mali che, nel tempo, colpiscono le istituzioni ecclesiastiche sono l’auto-referenzialità e una specie di narcisismo teologico. Nell’Apocalisse Gesù dice che Lui è alla porta e bussa. Ovviamente il testo si riferisce al fatto che lui colpisce la porta dal di fuori per entrare… Ma penso ai momenti in cui Gesù deve bussare dall’interno perché non lo lasciamo uscire. La Chiesa autoreferenziale pretende di tenere Cristo dentro di sé e non lo fa uscire.
- Quando la Chiesa è auto-referenziale, crede involontariamente di avere una luce propria. Non è più la certezza di mirare il mysterium lunae, invece va verso un male tanto grave noto come mondanità spirituale (Secondo de Lubac, è il peggior male che possa capitare alla Chiesa). La Chiesa vive per dare gloria degli uni agli altri. In parole povere ci sono due immagini della Chiesa: la Chiesa evangelizzatrice che diffonde “Dei Verbum religiose audiens et fidenter proclamans” e la Chiesa mondana che vive in sè e per sé stessa. Questa analisi dovrebbe far luce sui possibili cambiamenti e sulle riforme che devono essere fatte per la salvezza delle anime.
- Pensando al prossimo Papa, c’è bisogno di un uomo che, dalla contemplazione e dall’adorazione di Gesù Cristo aiuti la Chiesa a uscire da se stessa verso la periferia esistenziale dell’umanità, in modo da essere madre feconda della “dolce e confortante gioia di evangelizzare”.
È certo che quando disse “pensando al prossimo Papa” Jorge Mario Bergoglio, Arcivescovo di Buenos Aires, non stesse pensando a sé stesso ma al miglior futuro per la Chiesa, per l’organizzazione a cui aveva dedicato come uomo la vita, ma è altrettanto certo che in quegli appunti c’era la visione su cui si allinearono i cardinali in quel Conclave e quindi, poi, scelsero chi aveva le competenze e le convinzioni per percorrerla.
È possibile che tra giovedì e venerdì prossimo avremo il nuovo Papa, ma è certo che è in questi giorni che si sta lavorando per disegnare il futuro e la strada che chi verrà scelto dovrà guidare la Chiesa a percorrere. Ragionare prima sulla visione e poi sulla persona funziona da più di duemila anni per la Chiesa, perché non copiare un approccio così ben rodato quando si decide chi deve guidare un’impresa?