In una bella riunione di imprenditori di qualche settimana fa, familyandtrends stava sostenendo che imprenditori non si nasce ma si diventa e che l’educazione dei primi anni in famiglia è una parte fondamentale del processo con cui si diventa imprenditori.

Da qualche anno la miglior teoria accademica ha accettato ed approfondito il concetto di imprenditorialità intergenerazionale, inteso come quel processo attraverso il quale valori ed euristiche imprenditoriali si trasferiscono tra generazioni. Primo, imprenditori non si nasce, non ci sono neonati portati dalla cicogna e neonati imprenditori portati dalla Tesla di Elon Musk; si nasce con un proprio insieme di talenti e poi si evolve attraverso l’educazione. Secondo, proprio l’educazione in famiglia nei primi cinque/dieci anni di vita definisce un certo modo di interagire con il mondo circostante, e.g. con curiosità e proattività, e alcune qualità tipiche dell’imprenditore, e.g. senso di responsabilità e coraggio.

Nel bel mezzo di questa dotta disquisizione, un bravo imprenditore che partecipava alla riunione irrompe dicendo: “non è vero! La mia famiglia mi ha sempre lasciato libero di seguire le mie passioni, dopo alcuni anni ho deciso autonomamente di essere coinvolto nell’impresa di famiglia”.

Questo bravo imprenditore non ha fatto che dire ad alta voce quello che molti credono. familyandtrends ha già avuto modo, in un precedente articolo, di mettere in guardia i giovani dal seguire le proprie passioni (davvero un pessimo consiglio!); è ora il momento di diffidare le generazioni attuali dal lasciare liberi i propri eredi. L’idea in sé di lasciare liberi di scegliere i discendenti è affascinante ma illusoria quando non ipocrita; genera uno dei peccati capitali del capitalismo familiare: non preparare i successori.

A quel bravo imprenditore, familyandtrends ha chiesto se gli fosse mai capitato, ad esempio, di passare qualche sabato mattina in azienda. “Moltissimi e d’estate prima qualche settimana a fare qualche lavoretto” è stata la risposta. Ecco il momento in cui è avvenuta la fase del “fascino” con cui inizia il passaggio intergenerazionale di imprenditorialità (le successive sono “professionalizzazione” e “chiamata”). Le figlie ed i figli guardano cosa fanno i genitori, imparano per emulazione e in questo non si è liberi, si è educati. Per dirla con le parole di Gonzalve Bich, terza generazione: “ho una bellissima fotografia, avrò un anno e mezzo, seduto in braccio a mio nonno mentre mi mostra uno dei nostri prodotti iconici, uno di quelli che produciamo e vendiamo in tutto il mondo ancora adesso. Nella fotografia, la mia faccia è raggiante di gioia”. È in questi momenti che il destino di un bambino si lega all’impresa di famiglia; poi nella fase della professionalizzazione si può cambiare strada, scegliere altro, formarsi come uomo, ma quel legame resta. In questo non c’è libertà: e non è un male; il vero rischio è in nome della libertà di autodeterminarsi e di far seguire le proprie passioni non occuparsi dell’educazione dei propri successori.

Da qualche mese Will Ford, il trisnipote di Henry, è entrato nella squadra corse dell’azienda di famiglia: “Sono più motivato di quanto non lo sia mai stato nella mia carriera – ha dichiarato – mi sono piaciuti tutti i lavori che ho fatto, ma la motivazione della connessione con la mia famiglia non è solo un cliché. Sento di essere parte di qualcosa più grande di me. Sono molto orgoglioso della storia della nostra famiglia. Il futuro è eccitante. Questo è un momento chiave nella storia dell’impresa”..

Will, dopo Princeton e MIT, ha fatto alcuni lavori e poi è entrato in Ford. Poteva non farlo? Uno dei momenti più elettrizzanti della sua vita è stato quanto, nel 2016, la Ford ha vinto la 24 ore di Le Mans, 50 anni dopo la prima vittoria. “E’ l’unica volta in cui ricordo di aver visto piangere mio padre. È stato uno di quei momenti nella vita che ti colpiscono, in cui capisci cosa la Ford ha fatto e cosa significa per il mondo… ed essere lì con mio padre mentre accadeva…”.

La connessione con la propria famiglia forgia le emozioni e le convinzioni che guidano le scelte della vita, e questo succede sin da quando si è piccoli. Il figlio di Alexandra, sorella di Will, ha tre anni, identifica il modello di auto sentendo girare il motore e assilla Will per sapere quale auto verrà portata al Rally di Dakar. Si tratta di passione innata o di qualcosa che si respira da piccoli in famiglia? È stato lasciato libero o ha solo respirato l’aria di famiglia?

Bill dopo aver lasciato “libero” Will, non nasconde la soddisfazione di padre: “Per lui, questo è il lavoro dei sogni. Vederlo lavorare ore e ore, sette giorni su sette, non solo senza lamentarsi ma raggiante in un modo che non può essere che stia fingendo… Cosa mi fa davvero felice è che sta facendo ciò che ama”. Resta da chiedersi se sia un caso … o se forse l’aria che si respira da cinque generazioni in Ford ha definito il destino di Will. Will avrebbe potuto davvero mai essere libero? Avrebbe potuto ignorare le storie sul trisnonno Henry? Non sentire il modo con cui era visto dai coetanei? Non vedere l’ovale che sta sul venti per centro delle auto americane?

La genetica caricherà pure la pistola, ma l’ambiente in cui si vive preme il grilletto.